titolo:LOTTO 49 (installazione)
data:23/7/1996
luogo:CAVA DEI TIRRENI (SA)-Palazzo Salsano
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MEDIA ART/2
Comunicato stampa
Salerno 20.7.1996
ALLA CORTESE ATTENZIONE
DEGLI ORGANI DI INFORMAZIONE
Il Festival "Le Corti dell'arte" di Cava dei Tirreni, anche quest'anno, dedica una sezione all'arte contemporanea. PROGETTUALITA' POSSIBILI è il titolo che raccoglie le installazioni di 5 artisti salernitani, presentate tra i borghi del centralissimo Corso Umberto della città metelliana.
Marted́ 23 c.m. ore 20, nel cortile di Palazzo Salsano, il gruppo multimediale MACHINA NEFASTIS presenta un'opera dal titolo "Lotto 49" (un cubo colorato, con all'interno un gioco di colori e proiezioni).
Una storia particolare accompagna questa insolita produzione artistica, si tratta, infatti, di un'opera ritrovata dal costruttore e collezionista bergamasco Ettore Spaldi. IL ritrovamento risale al 1994. La definizione di una data certa del cubo e il nome dell'autore di "Lotto 49" non sono ancora conosciuti. Probabilmente la datazione risalirebbe alla metà degli anni Sessanta e rientrerebbe nelle espressioni dell'Optical Art. Oppure si tratta di un lavoro di qualche artista, sempre degli anni Sessanta, non riconducibile ad alcuna scuola o corrente di riferimento.
L'ing. Spaldi ha voluto il cubo "Lotto 49" al nucleo dei MACHINA NEFASTIS, riconoscendo al gruppo "una forte attenzione alle sperimentazioni visive, dove il caos, il senso dell'avanguardia e la ricerca sono gli elementi centrali". Una poetica comune che avvicina la produzione dei MACHINA NEFASTIS a quella dell'anonimo realizzatore del "Lotto 49".
L'appuntamento con questo prezioso ritrovamento dell'arte contemporanea è per martedì sera a Cava dei Tirreni.
CON PREGHIERA DI PUBBLICAZIONE
da: NEOZERO Quadrimestrale di arti visive Primavera 1994 pag.7 COMMENTI/2 - ed. Theoremà
Riflessioni in margine al ritrovamento del cubo visivo
DUBBI PER L'ARTE CONTEMPORANEA
di Marco Campesi*
Qual è lo snodo contro il quale la critica d'arte sembra indietreggiare non riuscendo "minimamente" a dare una risposta possibile e logica? L'attribuzione e la conservazione dell'opera d'arte contemporanea. Il recupero, la piena integrazione visiva e soprattutto l'analisi dell'appartenenza (quando l'artista è ignoto).
In un recente saggio lo storico delle arti minori Paul Faraway, affrontando il discorso innovazione e metodologie della ricerca nel campo artistico, evidenzia che "il senso compiuto della storia occidentale di un apparato artistico rigorosamente materiale, non lascia alcun dubbio: la pienezza-presenza dell'oggetto d'arte ‚ fondamentalmente determinato dal "segno", dalla "firma" e quindi dalla riconoscibilità dell'artista. (...) Ma l'analisi della critica (e parlo di quella critica realmente motivata, militante) si sgretola nel momento in cui il tema da affrontare riguarda il ritrovamento di un'opera legata alla nostra contemporaneità e risalente a 20, 30, 40 anni fa, dove dell'artista non c'è alcuna traccia. Resta l'opera ma l'autore ‚ letteralmente sconosciuto"1.
Faraway si pone - e ci pone - una serie di interrogativi legati all'opera (oggetto) dell'arte contemporanea: il ritrovamento, il materiale per il recupero, la paternità, l'attribuzione e via elencando. Infatti se per l'arte mediomoderna, ad esempio, esistono scuole di pensiero sull'attribuzione, centri di restauro di grande rigore scientifico, quali sono i codici di una ricerca (legata all'attribuzione e al restauro) per il ritrovamento di un'opera contemporanea?
Questi, ed altri quesiti di natura più squisitamente teoretica, sono affiorati nel momento in cui‚ stata ritrovata un'opera-installazione a forma di cubo, realizzata probabilmente (ripeto probabilmente) verso l'inizio degli anni Sessanta. L'opera, che convenzionalmente chiameremo "Lotto 49" in base alla sigla che è presente su un lato dell'opera, è stata acquistata lo scorso 4 gennaio dall'ingegnere bergamasco Ettore Spaldi (noto costruttore e soprattutto fine collezionista di sculture) ad un'asta di vendita del materiale mai ritirato del deposito Torrealta.
Al momento del "ritrovamento" l'opera (che consiste in un cubo coloratissimo, con all'interno oggetti altrettanto colorati) era in uno stato di totale degrado e abbandono. Impolverato, avvolto tra panni vecchi e cordame vario. Ma l'opera è rimasta fondamentalmente intatta nella sua struttura originaria. Senza subire alcun intervento successivo e rappresentandosi come un importante oltre che raro, ritrovamento d'arte contemporanea. Una testimonianza tanto preziosa quanto ignota.
"Lotto 49", volendo, può rientrare nella produzione dell'arte optical o con più certezza tra le realizzazioni di qualche artista iperavanguardista fuoriuscito da una non specifica corrente artistica. Da notare, infatti, la forte attenzione per la dimensione "accecante" del colore e la dispersione entropica che la compone, una sorta di Frattalismo antelitteram (decenni prima delle teorie di Mandelbrot 2). Il gioco principale sul quale sembra muoversi quest'opera è quella della simulazione visiva e della dispersione della centralità. Tra il labirinto e il caleidoscopio.
Il cubo visivo "Lotto 49" si inserisce all'interno di quel filone legato all'arte "animata o moltiplicata". Sembra, infatti, essere un multiplo di opere in serie, realizzate attraverso macchine, dove la traccia manuale è minima, quasi inesistente. Un'opera, il cui design ricorda una struttura industriale o "postmoderna" (se il termine non suonasse eccessivamente logoro e spento). Un lavoro che senza difficoltà alcuna potrebbe essere collocato sia tra le esperienze degli anni Sessanta e sia nel vasto (e alle volte caotico) labirinto delle più sperimentali realizzazioni artistiche della nostra contemporaneità. Dal design anni Sessanta all'automazione dell'arte informatica.
Nella plaquette di presentazione della mostra berlinese "Texture gradients" (targata 1965 e dedicata ai gruppi Kalte Kunst, Gruppo N e Gruppo T, Art-op-art e con opere di Klein, Dowan, Bordoni, Glarner, Spiz), Hellen Sommer parla di "una serie di oggetti - a forma di cubo - simili tra loro per struttura e colore esterno. Ma nel momento in cui si osservano i diversi interni, si definiscono paesaggi visivi estremamente differenti, alchimie visionarie, proiezioni indefinite, segmenti spaziali, icone prospettiche che variano ad ogni sguardo dello spettatore"3.
Con certezza identificare il nostro cubo "Lotto 49" come uno di quei cubi presenti alla mostra del '65 (della quale esiste una scarsa documentazione) è giusto una possibilità di lettura, un'ipotesi critica. Il discorso sulla paternità di tale opera è tuttora tema di accesa discussione.
Ulteriore elemento che conferma tutta la complessità di questo cubo è la semplicità dei materiali utilizzati per la realizzazione. Un corpo esterno "povero" per una ricchezza visionaria interna.
Per il momento, tuttavia, la storia del ritrovamento di quest'opera (optical, cinetica... prefrattale che sia) non può che confermare i dubbi, le insoddisfazioni critiche e teoriche di chi per amore o dovere si occupa della critica dell'arte contemporanea.
La larga e "fatale" (direbbe Baudrillard) ferita del nostro più recente passato (artistico) non ‚ ancora scomparsa.
1) Paul Faraway, Complessità e Metodologie. I volti dell'immagine contemporanea, Brescia, Centro Polis Edizioni, 1995, pp.149-150.
2) Benoit Mandelbrot, Gli oggetti frattali, Torino, Einaudi, 1986.
3) La citazione è ora in Hellen Sommer, Transformation der Kunst 1960-1980, Frankfurt, Suhrkamp, 1982, p.51.
* Marco Campesi è critico d'arte e giornalista freelance. Vive e lavora tra Milano e Berlino.
Realizzato in collaborazione con Alfonso Amendola.
Si ringrazia Massimo Bignardi.